Il dottor Stanabacilli tastò il polso di Joana. Poi sbuffando sui suoi baffoni così lunghi da coprire la bocca, borbottò: “ È debole… molto debole”. Joana era una bella bambina dai grandi occhi neri che viveva nel Paese del popolo d´ebano. Era stata abbandonata sull´uscio della porta della Casa dei Buoni Propositi, abitata dagli Zelanti, una tribù nota in tutto il Paese perché si prendeva cura degli orfanelli. Aveva le guance scavate e il visino pallido. Ma ciò che impressionò di più gli Zelanti era la profonda tristezza dei suoi occhi. Chiamarono subito il dottor Stanabacilli, il medico del villaggio. Dopo un lungo accurato esame, il clinico si tolse i suoi spessi occhiali, scrollò la testa e fece la sua diagnosi: “Povera bambina – borbottò – è affetta dal morbo del sanguemesto, una grave malattia che porta il paziente a uno stato di profonda malinconia. Gli ammalati diventano inguaribilmente tristi, piangono sempre, non mangiano più e lentamente le forze li abbandonano. Tutto ciò finché non sopraggiunge la morte”. Lo sgomento colpì tutti. “Ma non esiste una cura?” chiese Gaia, una degli Zelanti. “Ci sono medicine – spiegò Stanabacilli inforcando gli occhiali – ma si trovano soltanto nelle Terre del Nord e sono molto costose e, purtroppo, il nostro è un paese molto povero, non può permettersele.” “Ma allora che possiamo fare?” insistette Gaia. “L´unica speranza è renderla felice. Deve ridere. Solo così il sanguemesto sarà sconfitto. Ma non è semplice. La malattia è molto forte.” Detto ciò Stanabacilli prese la sua borsa e se ne andò borbottando.  L´impresa era ardua, ma tutti alla Casa dei Buoni Propositi si diedero da fare. Cercarono di farla mangiare, cucinando succulenti leccornie. Provarono a farla ridere con i burattini e cantando filastrocche. Ma niente da fare! Joana non accennava neanche un sorriso. Allora Gaia, che più di tutti aveva preso a cuore la bambina, le si avvicinò e chiese sconfortata: “Dimmi piccolina. Hai un desiderio che vorresti realizzare?”. Joana con una voce flebile rispose: “Mi piacerebbe incontrare il genio Trastullo…”. Gaia si meravigliò. Burlo Trastullo era il genio dei giochi. Narrava la leggenda che di notte entrasse nelle stanze dei bambini per giocare con loro per poi sparire alle luci dell´alba. Ma come poteva far incontrare Joana con Burlo Trastullo, personaggio di fantasia? “Se lei vuole vederlo, lo vedrà!” disse decisa Gaia. Ebbe un´idea. Cucì un vestito sgargiante di color giallo, rosso e azzurro, come quello del genio. Comprò un cilindro e ci aggiunse i sonagli, proprio come quello di Trastullo. Si dipinse la faccia da clown come il genio e, dulcis in fundo, prese una carota che somigliasse al lungo naso di Burlo Trastullo. Di notte, così combinata, entrò nella stanza di Joana con una lanterna dalla luce azzurra. Grazie a quel tenue bagliore la piccola si svegliò. “Ciao bambina – disse Gaia, camuffando la voce – Mi riconosci?” Gli occhi di Joana si illuminarono. “Sei Burlo Trastullo!” “ Esatto! E sono qui per te.” Il finto genio si profuse in giochi di prestigio, scherzi e risate. Quando vide che le labbra della bambina accennavano a un impercettibile sorriso, Gaia non stette più dalla gioia e diede un bacio sulla fronte a Joana. La bambina stavolta sorrise sul serio.” Ora devi farmi una promessa – disse Gaia – se farai la brava bambina e ti sforzerai di mangiare, io tornerò ogni notte a giocare con te.” Joana fece un cenno di assenso col capo. Trastullo allora spense la lanterna e nel buio sgusciò fuori dalla stanza. Il giorno dopo Joana chiese del latte tra lo stupore di tutti. Gaia era felicissima. Da allora ogni notte si travestiva da Burlo Trastullo e allietava la piccola malata. Di giorno in giorno Joana andava continuamente migliorando. Col tempo la piccola cominciò a mangiare regolarmente ed era sempre più serena. Il dottor Stanabacilli non riusciva a spiegarsi il miracolo ma sotto i baffi rideva soddisfatto, nonostante i soliti borbottii. Gaia però cominciava a sentire la stanchezza per tutte le notti insonni passate al capezzale di Joana. Era un duro sforzo. Ogni volta inventava un gioco diverso. Una notte le portò in camera persino un pony, mascherato da unicorno, e lo fece cavalcare da Joana. Giocava tutta la notte con la piccola e poi, dopo il bacio della buonanotte, spariva. Finché una sera, mentre si accingeva a indossare la maschera, la stanchezza ebbe il sopravvento e Gaia crollò sul letto esausta, addormentandosi profondamente. Il mattino dopo, quando si svegliò, si rese conto di ciò che era accaduto e corse dalla bambina con il cuore in gola. Temeva che senza Trastullo la piccola sarebbe ricaduta nella malattia. Ma quando entrò la piccola era intenta a bere tranquillamente il suo latte. Quando Joana vide Gaia le sorrise e le disse: “Trastullo è tornato anche stanotte!”. Gaia non riusciva a crederci. “Davvero?” “Sì – rispose – mi ha preso per la mano e siamo volati via dalla finestra. Siamo andati in alto, fino a toccare le stelle!” Gaia non sapeva più cosa dire. Aveva volato. Solo il vero genio poteva fare tanto. “Poi mi ha riportato nel mio letto – aggiunse Joana -. Però stavolta non mi ha voluto dare il bacio della buonanotte. Io gli ho chiesto perché e lui ha sorriso. Poi ha risposto che non spettava a lui. “Il bacio è una magia che può fare solo chi ti ama davvero, ha detto. Eppure le altre sere me lo dava: non lo trovi strano?” Gaia commossa non disse una parola. Abbracciò la bambina e le diede il bacio sulla fronte. Joana non disse nulla. Sorrise come mai aveva fatto prima e si abbandonò tra le braccia di Gaia. Adesso era davvero felice. Più che le magie del finto o del vero genio dei giochi, furono i baci e l´affetto sincero a guarire la piccola Joana.