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SEMINOLE

"Sul capo aveva un turbante di stoffa, ornato da due lunghe piume pendenti, la chioma nera lucen-
te gli incorniciava il volto, capace, nella calma, di un'ammirevole varietà d'espressioni; ma che ora esibiva in una mescolanza di odio e di incrollabile risolutezza". Così un ufficiale descrisse il giovane guerriero che, non invitato, si era introdotto al concilio tra i capi bianchi e quelli Semi- nole. Era chiamato As-Se-He-Ho-Lar, 'Urlatore dell'Asi". L'asi è una bevanda rituale, nera come un forte caffè, estratta dalle foglie dell'albero yaupon: chi la beve canta e grida come il dio Yahola e ha grande forza in battaglia. E quel giovane era un grande condottiero. I bianchi lo conoscevano come Osceola. Lui odiava i bianchi con tutte le sue forze, da quando sua moglie, Rugiada del Mat- tino, era stata rapita dai cacciatori di schiavi. Seminole è una parola Creek che significa "fug- giasco, selvaggio, irriducibile". Non si trattava di un solo popolo, ma di un eterogeneo miscuglio di popoli (Creek, Hitchiti, Eufaula, Muskogee), sospinti in Florida dall'avanzata dei bianchi e riunitisi a formare una nuova nazione. Proprio per questa loro origine i Seminole erano aperti e tolleranti: adottavano volentieri nella tribù gli schiavi negri fuggiaschi dalle piantagioni dei Sud. Ma gli Americani, accusando i Seminole di rubare le foro "proprietà", facevano incursioni oltre confine (la Florida apparteneva alla Spagna) per recuperare gli schiavi. Nel 1817, al comando dei generale Jackson, attaccarono e distrussero il fortino Serninole di Apalachicola. Gli indiani ri- sposero con una sanguinosa guerriglia, ma alla fine dovettero ritirarsi nelle paludose e insalubri regioni della Florida meridionale, le Evergiades. Nel 1821 la Spagna cedette la Florida agli Stati Uniti, e nel 1829 il grande nemico degli indiani, Andrew Jackson, fu eletto presidente. Fece su- bito approvare dal Congresso il famigerato Indian RemovalAct, che prevedeva l'emigrazione delle tribù dell'est nell'ancora selvaggio ovest. Nel 1832, una delegazione di sei capi fu costretta a firmare, con intimidazioni e minacce, un trattato che prevedeva la cessione delle terre Seminole agli Stati Uniti. Si trattò di una vera e propria truffa: quei capi non rappresentavano l'intero po- polo Seminole. Come dichiarò, molti anni dopo, uno degli ufficiali più attivi nella guerra contro i Seminole, il maggiore Hitchcock: "Mi arruolai per punire quelli che credevo ribelli e violatori di un trattato. Ma il trattato fu un inganno. I Seminole non hanno mai consentito a emigrare e han- no ogni diritto di difendere la loro terra". Nel 1835, Micanopy, Filippo e altri importanti capi Se- minole rifiutarono di firmare il consenso all'emigrazione. L'agente indiano Thompson li trattò con disprezzo. Allora si fece avanti 0sceoia, ardendo d'indignazione: "Questa terra è nostra!", esclamò. Poi inchiodò il foglio al tavolo con il pugnale: "E così disse - che firmerò tutti i vostri trattatí!". Thompson lo fece mettere in catene per una settimana. Mentre lo conducevano via, Osceola gridò: "Il sole è alto nel cielo, ricorderò quest'ora. L'agente ha avuto la sua giornata, io avrò la mia". Il 28 dicembre 1835, i Seminole agli ordini di Osceoia attaccarono Fort King e lo saccheggiarono. Thompson fu uno dei primi a cadere. Nello stesso giorno, un altro gruppo di Seminole guidato dal luogotenente di Osceola, Alligatore, assalì e sterminò nella foresta un con- tingente di cento soldati agli ordini dei maggiore Dade. Osceola inviò agli americani una fiera lettera di sfida: "Voi avete i fucili - scriveva il condottiero dei Seminole. - Anche noi li abbiamo. Avete polvere da sparo e piombo; anche noi li abbiamo. I vostri uomini combatteranno, e i nostri pure, finché l'ultima goccia di sangue Seminole bagnerà la polvere dei nostro territorio di cac- cia". Per due anni i Seminole e gli schiavi fuggiaschi loro alleati, i cimarrones, tennero in scac- co l'esercito degli Stati Uniti, superiore di forze e di armamento. Il 23 ottobre 1837, recatosi a St. Augustine per parlamentare, 0sceola fu circondato dai soldati e imprigionato. Pochi mesi do- po, il morale spezzato da queil'ennesimo tradimento dei bianchi, il grande capo si spegneva in carcere. La sua morte fu narrata da George Catlin, che pochi giorni prima l'aveva ritratto: "Mezz'ora prima di spirare, si accorse di essere prossimo alla morte. Si alzò, indossò camicia, gambali e mocassini, cinse la cintura di guerra e il corno della polvere. Poi chiese la pittura ros- sa e lo specchio, e si dipinse accurata mente di vermiglio metà del viso, la gola, il dorso delle ma- ni e l'impugnatura del coltello, che infilò poi alla cintura. Con cura, si acconciò sul capo il tur- bante e le tre piume di struzzo che sempre vi portava. Poi, eretto nella sua alta uniforme, strinse la mano a me e ai capi presenti, con un benigno sorriso. Infine fu aiutato ad adagiarsi sul letto. Estrasse il coltello, incrociò le mani sul petto e, senza più resistere, esalò sorridendo l'ultimo respiro". La morte di Osceola riaccese la rivolta. Gli Stati Uniti avevano già perso migliaia di vite e milioni di dollari, in quella guerra. Lasciarono che gli ultimi, irriducibili Seminole restassero nelle loro malsane paludi che nessun colono bianco avrebbe voluto. Ancora oggi, nelle Everglades vivono i discendenti della tribù che non si arrese mai.