Era una giornata di fine gennaio e faceva un bel freddo. La brinata quella mattina era molto spessa e la valle sembrava essersi rimpicciolita sotto quella coltre di ghiaccio: sembrava che quella mattina volesse starsene anche lei chiotta chiotta sotto la sua coperta di stupendi fiori arabescati ad attendere il sole per ritornare florida, prospera, fiorente come sempre. Cari camminava piano piano su per l'irto sentiero che doveva portarlo nel bosco e sotto i suoi passi la terra gelata scricchiolava fragrante: "Cro, cro, cro, cro." E quel rumore che si portava dietro gli faceva compagnia, l'aria batteva sul viso, frizzante e profumava intensamente di muschio e altre essenze che lui sapeva bene distinguerle una ad una: "Questa è la fragranza dell'ontano, questa del cipresso, questa del pino, questa è la menta secca...". "Che bello" pensava ancora tra sé e sé, continuando a misurare uguali i suoi passi nel suolo gelido "Che bello poter riuscire a non perdere mai questi profumi; bisognerebbe poterli tenere sempre con noi per essere forse più felici...".  Arrivò nel bosco che il sole aveva appena incominciato ad illuminare le cime più alte dei monti. Si fermò e si guardò un po' intorno, prese fiato e si mise subito a tagliare la legna. La sua giornata era appena incominciata. Il tempo era bello e Cari si sentiva pieno di forze. Incominciò a batter con l'accetta ben affilata e i colpi andavano sordi ad infrangere il silenzio della valle tutta e si poteva udire il loro moltiplicarsi nell'aria per arrestarsi poi davanti a qualche montagna più lontana.  Quando Cari si fermò per riposarsi un momento, posando l'accetta per terra vicino all'albero appena abbattuto, un gran silenzio lo raggiunse subito. Allora sentì il bosco che parlava il suo antico linguaggio, sentiva gli uccelli che s'erano appena alzati e che volavano qua e là apparentemente senza una meta, sentiva il ghiaccio sul terreno, che si apriva al sole e l'acqua del fosso vicino che scendeva a rotta di collo verso il fiume sottostante formando una cascatella guizzante. Sentiva le foglie secche sparuzzarsi 1 alla brezza o frantumarsi sotto i suoi piedi, l'aria sottile che gli portava via, dal volto, un po' il suo calore, sentiva il vivere del suo bosco!
Ad una certo punto Cari udì vicino: "Un frullo d'ali, anzi no, uno starnazzare d'ali" precisò l'uomo guardando nella direzione da dove proveniva quel rumore. S'avvicinò allora cauto cauto a quello strepitìo e vide che un merlo si dibatteva disperatamente per liberare le sue zampette che s'erano invischiate "nella pania"2 che qualche cacciatore di frodo aveva messo su quel ramo di castagno.
Il povero animaletto doveva essere molto impaurito, stremato e anche arrabbiato, per quella trappola assurda che l'aveva privato della sua libertà e quando vide che l'uomo gli si avvicinava quatto quatto, smise di dibattersi e rimase immobile, come in attesa: così fanno certi animali di fronte ad un pericolo e dimenticò, ma per poco, il suo stato di prigioniero. Forse quell'essere umano gli avrebbe reso la sua indipendenza?
Il merlo guardava attento i movimenti dell'uomo senza batter ciglio e quando la mano di Cari lo toccò leggermente sulle piume, lui lasciò fare, anzi si accovacciò, esausto oppure rassegnato e forse fiducioso, ritirando un po' la testolina fra l'ala. Cari lo liberò prestamente da quella cosa vischiosa e a quel punto si accorse che era ferito e doveva aver l'ala e la zampetta rotta.
Tenendolo delicatamente fermo nella sua mano gli disse: "E ora che me ne faccio di te povero merlotto? Se ti lascio andare ti mangerà subito la volpe o qualche altro animale del bosco!" E se lo mise, in seno, fra la camicia ed il maglione: "Andiamo! Si va a casa che ti voglio curare." E così dicendo prese i suoi attrezzi da lavoro e s'incamminò, con quella creatura che gli fremeva appena nel suo petto, sulla via del ritorno. "Oggi ho bell'e guadagnato la giornata per star dietro a te!" Disse benevolo Cari al merlo, mentre stavano scendendo quasi a corsa giù per la montagna.
Arrivò a casa ed incontrò sua moglie che scendeva una stradetta mentre andava a prendere l'acqua alla fontana e lei vedendolo tornare prima del tempo gli domandò un po' allarmata: "Che cosa ti è successo, Cari?" E lui senza risponderle alzò un po' il maglione e aprendo la camicia fece vedere quell' esserino che stava fermo fermo e tutto accoccolato al calduccio nel suo corpo. "Oh... e che cosa gli è accaduto a questo merlo?" Domandò lei impensierita. "Era rimasto nella pania e s'è ferito a forza di dimenarsi ed ora lo voglio medicare. Tu vai a prendermi nella stalla una bella tela di ragno, di quelle belle grosse e spesse, ce ne sono tante vicino all'uscio. Portamene una bella e fai presto!" E così dicendo la lasciò andare, montando a corsa le scale di casa sua.
Entrò in cucina e preparò sul tavolo il sale, il pepe e un poco di cenere che prese dal focolare, incominciando a medicare il piccolo uccello. Gli pulì un po' l'ala dal sangue con un cencetto, poi sparse sulla ferita del sale e un del pepe e la cenere ancora tiepida e appena sua moglie arrivò con la tela di ragno, gliela avvoltolò tutt' intorno all'ala, come fosse una benda.  "Ecco" disse Cari al merlo "Ora in poco tempo l'ala sarà al posto, purtroppo la tua zampetta è ridotta proprio male e andrà tagliata, mi dispiace piccolo merlotto!" E così dicendo col suo coltello affilato gliela amputò facendo anche a lei la stessa medicazione con sale, pepe, cenere e un po' di ragnatela. Poi l'accarezzò ancora e lo baciò sul becco giallo.
Gli preparò, al momento, una gabbietta di legno che sistemò sulla credenza in cucina con sotto un foglio di carta e ce lo fece entrare dentro delicatamente.
Il merlo per diversi giorni non toccò cibo e si mosse appena. Allora Cari incominciò ad imboccarlo e a dargli dei pezzetti di carne cruda, del tuorlo d'uovo cotto, delle chiocciole lessate e tritate con i vermocchi: "Tutte leccornie" Gli diceva il suo salvatore "Vedrai come farai presto a rimetterti in salute, se mangerai!"
Passò un po' di tempo e il merlo incominciò a mangiar da solo e certe volte iniziava un po' a cantare, ma poi smetteva subito.
Cari era felice con quel suo compagno e ogni mattina gli puliva la gabbietta, gli cambiava l'acqua dal beverino di terracotta verde, gli preparava degli impasti speciali: "Da Re" gli diceva.
Il merlo a fine febbraio era guarito completamente e sarebbe potuto tornare libero. Zoppicava è vero, ma si vedeva poco. L'uomo una mattina aprì la porta della sua gabbietta, aprì la finestra della sua cucina e battendo un po' le mani quasi per invogliarlo a scegliersi la liberà gli disse: "Vola, vola, va a casa tua, ora è tempo!" Il merlo con un frullo d'ali uscì dalla sua prigione ma si posò sulla credenza e da lassù si mise a guardarlo immobile: "Allora vai! Sei guarito, vai!" L'incitò l'uomo. L'aria fuori era fresca ed entrava profumata nella stanza invitandolo al volo, ma l'uccello con un altro frullo d'ali rientrò nella sua gabbia e si mise a beccare il suo pasto tranquillamente. Cari allora un po' meravigliato gli disse: "Vuoi star con me piccolo merlotto? Bravo, stai con me che mi farai compagnia!" E chiuse la finestra ben contento.
Così i due diventarono molto amici e ogni mattina quando l'uomo tornava a casa apriva la porticina della gabbia e il merlo usciva felice, faceva qualche voletto nella cucina poi si posava sulla spalla del suo padrone, gli dava dei beccotti sulla testa, sul collo e lui rideva e lasciava fare e per contraccambiare quelle confidenze Cari aveva preso a farlo bere nella sua tazza dove prendeva ogni mattina il caffè: il merlo volava allora sul tavolo, crocchiolava, crocchiolava, come fosse una chioccia con i suoi pulcini, faceva qualche passetto salterellando e aiutandosi con le ali, poi si avvicinava alla tazza infilandoci dentro il suo becco. Beveva qualche sorsetto della bevanda, alzando la testolina per buttarla giù e faceva questo ogni mattina. La moglie si soffermava a guardare quella strana rappresentazione con gran meraviglia e attenzione e diceva incredula, guardando il merlotto: "Non ho mai visto niente di simile!". Una mattina il merlo incominciò a cantare una canzone stupenda. Riempì il suo canto struggente tutta la cucina, poi uscì fuori nell'aria e quella dolce melodia arrivò lontano, si posò sulle gemme del susino che si stavano ingrossando, nel cielo tiepido di marzo, sul verde prato davanti al fiume, sul lieve confine della montagna quando tocca il cielo, ovunque!
Cari rimase incantato ad ascoltarlo, non aveva mai sentito una canzone così dolce ma forse anche molto triste. Allora aprì la porticina della gabbietta e con un frullo d'ali il piccolo merlo uscì fuori andando a posarsi sulla spalla dell'uomo. Gli becchettò un po' il viso, appena appena, poi con un altro piccolo volo andò subito a posarsi sul davanzale della finestra che guardava la libertà.
E guardava fuori, il merlo dall'ala rattoppata, guardava il cielo rosa di marzo, guardava il bosco e gli alberi che ricominciavano la vita e guardava il prato che s'era fatto di smeraldo, dove alcuni merli beccavano nell'erba sereni. Cari capì che quello era il tempo dell'addio e l'accarezzò sulle piume e in silenzio aprì la finestra.
Il merlo uscì sulla soglia di pietra ancora calda del primo sole e volò via. Si liberò nell'aria incerto, all'inizio, poi prendendo confidenza con le sue ali, con il vento che lo sorreggeva leggermente, se ne andò sicuro verso il bosco!
Cari lo scrutò finché poté con gli occhi e con il suo cuore e continuò a guardare lontano oltre quell'immagine, anche se non poteva vederlo più per molto tempo ancora, poi chiuse la finestra e guardò la gabbia vuota.
Allora si sentì solo. Poi disse ad alta voce, con la gola che si chiudeva dal pianto: "Domani tornerò a tagliare il bosco e lo rivedrò, senz'altro lo rivedrò!"

Giuliana Sansoni