C’era una volta… in un Regno di sole e d’acqua chiara, in un tempo lontano di sirene, principi e fate, un magnifico castello con torri e merli e ponte sul fossato.Era una vera e propria fortezza sul mare: le onde si infrangevano fragorose e inutili alle sue radici. Il vecchio sovrano aveva invano sperato in un erede maschio che avrebbe continuato la sua dinastia ma aveva avuto solo una figlia: Fiamma. E Fiamma non era una principessa delle fiabe, non aveva occhi ingenui color del cielo e capelli d’oro fino, non si stringeva nei nastri corsetto, né si perdeva nelle innumerevoli balze di tulle della sottogonna. A volte il re e sua moglie, la regina, vedendola correre di nascosto in mezzo ai servi, scarmigliata, le guance accese e quella chioma di riccioli indomiti che la abbracciavano fino alla vita, si chiedevanocome potesse essere figlia loro quella principessa così “diversa” dalle altre. Fiamma era intelligente ma non regale. Eppure non era brutta anzi, com’erano svelti e intelligenti i suoi occhi neri sotto le lunghe ciglia, uno sguardo profondo e furbo da mercante di tappeti . ..Esile, piccola e velocissima,com’era agile a cavallo, agile nei pensieri e nelle parole. Come danzava al suono del tamburello veloce e sinuosa gitana e dopo un attimo muta e assorta con un libro in mano a fissare immobile l’orizzonte, tra i riccioli sparsi profumo di salsedine e di sogni. Sogni… Fiamma credeva nei sogni come tutte le fanciulle della sua età e anche nel vero amore cantato dai poeti nei libri e dai menestrelli per le strade. Un giorno suo padre e sua madre la convocarono nella Sala del Consiglio, emozionati. Fiamma arrivò come al solito, di corsa, sulla fronte riccioli ribelli evasi ai fermagli dorati. Teneva la gonna sollevata con le mani. “Che facce serie..nè che è stato?” “Così si esprime una principessa? Per questo abbiamo scelto per te i migliori maestri? “la rimproverò la regina” per sentirti parlare come una popolana? E lascia stare il tuo vestoito ti prego…” “Ohi mà ,chi ci sente accà…ohinè !lo sapete che so parlare bùono…” rise Fiamma per nulla intimorita scrollando i riccioli dalla fronte con un soffio e accoccolandosi come un cucciolo ai piedi del padre. “ Di una cosa sono certo: nessun poeta avrà il coraggio di scrivere versi sulla tua leggidrìa” sospirò il re sorridendo tra sé “comunque” soggiunse “ non ti abbiamo chiamata per un saggio dei tuoi progressi nelle lingue straniere né nelle danze scalze tra le galline del cortile…ma per comunicarti che è giunto il momento del tuo matrimonio. Spero che nelle tue scorribande non avrai dimenticato che un giorno tu sarai regina”. Fiamma rimase immobile, le parole erano frecce, strinse le labbra, scrollò impercettibilmente i lunghi boccoli per avere il conforto del loro abbraccio.  “Ma io non ho intenzione di sposarmi con nessuno e  nemmeno di fare la regina…non me ne tiene proprio…” sospirò guardando il padre negli occhi. “Ahhhh!Ahhh! Ahhhhhh!” esplose in un grido la regina mettendosi le mani nella ricca acconciatura per strapparsi i capelli. ” Questo dovevo sentire?Chi ? Chi? Chi ci fece ‘sta jattura? So’ vent’anni che mi tengo sta spina nel cuore… ma che male avremmo mai fatto noi …na’ figlia disgraziata proprio a noi ci doveva capitare… Ahhh! Ahhh! Ahhhhhhhhhhhhhhhh!“ .  La regina madre si agitava nel salone e sembrava un uccello entrato per caso dalla finestra che urta perché non riesce tornare al suo cielo. Il re accarezzò teneramente quella testa bruna per nulla sconvolto dalle scene della moglie “ Uè guagliò ma ca tieni sotto a sti ricciolilli? Ma come …ci stà chi non tiene manco o pane e tu.. tu non voj fa a reggina?” . Nel sentire il padre che le parlava sottovoce in dialetto Fiamma non potè nascondere un sorriso e guardò il mare dalla finestra :luccicava eccitato dal solletico dei raggi del sole. “No padre …perdonatemi ma …Voi conoscete i principi che Vi hanno chiesto la mia mano, i loro ritratti giacciono inutili nella polvere delle cantine: essi amano il potere non me …ma se non mi conoscono nemmeno! Hanno visto un ritratto forse…ma se fossi un mostro marino con tre teste, tentacoli e squame mi avrebbero scritto lo stesso le loro poetiche dichiarazioni d’amore.Sempre che le abbiano scritte loro…Non voglio essere regina senza amore . E poi sono così stanca delle rigide regole di corte, della gente del palazzo, dei principi pretendenti, degli intrighi, della confusione…sono stanca…Lasciatemi andar via…Lasciatemi partire e io solo una cosa Vi chiederò che domandiate alle Fate di mandarmi 100 rose incantate”. E a nulla valsero le ragioni del re né gli strilli della regina, alla fine Fiamma ottenne di poter partire per una vacanza alla residenza estiva (conla segreta speranza dei monarchiche un po’ di riposo le avrebbe fatto cambiare idea). La principessa con l ‘aiuto delle sue cameriere preparò la partenza : bauli di biancheria, libri e libri e ancora libri. L’unica compagnia che chiese, con grande delusione delle dame di corte,fu quella del giardiniere reale per curarela piantagione delle rose delle Fate che arrivarono in un soffio. “ Ma come si può partire senza dame, senza servitori personali, senza cameriere reali?Ahhh! Ahhh! Ahhhh! Ma se trovo quella megera che mi fatò sta figlia la faccio bruciare in piazza! “ gridava la Regina per le scale del castello” Faccio un rogo che verranno i cafoni scalzi dalle montagne tanto è grandeChe fattura mi fecero ! Ahhh! Al rogo le streghe!”. Tra i saluti del padre che la benedì teneramente dal balcone e le furie della madre , partì Fiamma emozionata e felice,con il suo seguito di giardiniere, carri, carrozze, bauli e 100 piante di rose rosse. La reggia estiva , abbracciata da un meraviglioso giardino, si trovava su una collina profumata di pini, querce e limoni e cinta da alte mura. I servitori erano in ansia perché non erano riusciti a riordinare tutto per il suo arrivo così precipitoso ma Fiamma al suo arrivo li rincuorò col suo sorriso:“ Non vi preoccupate anzi grazie del vostro impegno, lasciate tutto come sta…vi congedo fin d’ora: tornate alle vostre famiglie, vi manderò a chiamare quando ce ne sarà bisogno.”  Rimase solo il fido giardiniere che lavorò fino alla sera per piantare intorno al giardino le 100 rose come gli aveva chiesto la principessa. Quando infine fu il momento di salutare anche lui , la giovane si sentì sollevata e serena, si stiracchiò alla luna, lanciò le scarpe lontano , sollevò la massa di riccioli e li lasciò ricadere con un sospiro sulle spalle. Cantò scalza nelle sale vuote illuminate dai candelabri, cantò negli scaloni imponenti dalle balaustre di marmo, cantò nei corridoi tappezzati di seta rossa finchè si fermò sul terrazzo che dava sul giardino. Con la sua voce argentina intonò il richiamo segreto delle fate che aveva scovato in un vecchio libro polveroso della biblioteca reale: ” Fata di rosa, Fata di rosa vola senza posa! Dolce fatina , dolce fatina lavora fino a mattina!” Ed ecco per incanto i boccioli si schiusero e 100 minuscole fatine iridescenti e splendenti riempirono la reggia e si misero al lavoro: chi puliva, chi spolverava, chi cucinava, chi riassettava…un esercito di lucciole laboriose si mise al suo servizio. Ma lei era così stanca…si addormentò tutta vestita con la ninnananna delle fate che, finiti i lavori, la salutarono tornando alle loro corolle. Passò la notte. Passarono i giorni. Fiamma era serena, sola, appagata: leggeva i suoi libri in pace, passeggiava coi capellli sciolti nel parco o semplicement si sdraiava sotto un albero per ascoltare trilli e richiami di insetti e uccellini. La notte tutto era silenzio. Tutto era pace… Nulla le mancava o forse si, solo il mare:che nostalgia il rumore delle onde che cozzavano forti contro il castello, quel profumo di salsedine e di porti lontani che le portava il vento , il luccichio delle stelle vanitose che si specchiavano sulla superficie liscia del mare… ma il resto …niente…non le mancava niente … era tutto lontano, lontano, lontano… Ma la pace non durò per sempre… “Toc! Toc! Toc!” uno alla volta vennero a bussare allla sua porta infinite genti: messaggeri del re che chiedevano sue notizie, araldi dei principi pretendenti che richiedevano risposte, e poi le false dame che fingevano preoccupazione per la sua solitudine, i vicini curiosi, i servitori devoti, i petulanti e i nullafacenti… Ben presto Fiamma perse la pazienza e decise di non rispondere più a nessuno. “Uè ma chist’ a chi vonno scuccià” esclamò una sera che non ne poteva più di quella processione incessante: ”Fate di rose chist’ è mi guajo faciteme presto nu muro ‘e rosaio!”. Le fatine leste leste trasformarono le piantine in un’ altissima e invalicabile muraglia di rose e di spine. “Ah” esclamò la principessa sollevata” mo si che sto meglio!”. Passarono i giorni, i mesi, gli anni, nessuno era potuto entrare nella reggia né aveva più visto la principessa: invano principi coraggiosi o mercenari o avventurieri avevano provato a superare la barriera di intricati cespugli ma le rose erano impenetrabili. La giovane viveva serena. Sola, al riparo del mondo solo con le sue fatine dei fiori ma una notte mentre ammirava la faccia tonda della luna… “Questo suono…non è la nènia delle mie fatine…ma..” esclamò sbirciando verso le spine ma solo le note di una dolcissima musica arrivavano fino a lei. Un soffio di incenso suadente, un filtro magico era quella musica che la ammaliava raccontando delle onde del mare, del profumo della primavera ,dei raggi argentei della luna, del tepore di un nido, del soffio del vento tra i capelli. Il cuore della principessa si lasciò cullare e due calde lacrime scesero dalle sue ciglia brune. La musica d’incanto cessò. “Torna ancora!” gridò Fiamma al musicista sconosciuto e lui tornò ancora la notte successiva e quella dopo e quella dopo ancora. Il giovane innamorato era un bel principe che aveva sentito parlare della leggenda della principessa delle rose (cosi come ormai la chiamavano nel regno). Il suo giovane animo si era invaghito dell’immagine che il suo cuore aveva inventato e dipinto con i colori dei suoi desideri. Suonò ogni sera instancabile il suo violino. “Chi siete mio cavaliere?” gli domandò Fiamma infine incuriosita.“ Sono…sono l’Amore principessa! Il vero Amore…e son venuto a portarvi via”.  “Amore “ ripetè Fiamma” il Vero Amore…belle parole per una fiaba … o per una poesia piuttosto…ma quale “amore”? Perché esiste il Vero Amore”? No, non è ‘o vero…esiste l’innamoramento, l’enfasi di chi crede di aver trovato in un altro il riflesso di ciò che cerca, la volontà di vedere nell’altro ciò che si vuol vedere, o di convinversi che stavolta è la volta giusta, o che sarà per sempre, che non finirà mai… Oh! Mio caro tu sei l’immagine dell’Amore ma io voglio di più di un’illusione…” Disperato il principe la implorò: ” Vieni mia amata, principessa dei miei sogni, vieni e guardami: i miei occhi risplendono di amore per te, le mie braccia forti ti accoglieranno e ti difenderanno dal mondo intero, il mio cuore ti custodirà come il più prezioso dei tesori, le mie mani ti guideranno in sentieri di felicità e correremo insieme verso il sole per tutta la vita…felici e contenti… Vieni amore mio, ti darò tutti i miei baci ,i più dolci e anche quelli che non hai mai nemmeno sognato, scriverò per te le più melodiose poesie, canterò il tuo nome con le note del mio violino… Vieni mia adorata, il mio Amore è grande e sarà per sempre…” Pianse Fiamma al davanzale e abbracciò in uno sguardo il cielo intero con la luna e le stelle, com’era soave e straziante quel canto d’amore che la cingeva in vita e la portava in alto. Sospirò,chiuse la finestra e andò a letto ma non ebbe pace. Da quella notte non riuscì a dormire né di notte né di giorno; a nulla valevano le nenie e le ninne nanne delle fatine delle rose, era distratta peggio di una porta aperta. Sonnambula e spaesata non sentiva più il ronzare degli insetti sulle rose, né le grida delle rondini sul tetto, né vedeva il volo delle farfalle o i colori del giardino in fiore, niente…pensava solo al momento della musica . Così trascorse i giorni d’autunno aspettando la notte , finchè il suo cuore decise e parlò così:” Aspetta mio caro! Interrompi il tuo canto melodioso ! La tua musica è troppo struggente per la mia anima, troppo dolci le tue parole, ma io non posso amarti così come tu ami me…Non suonare più per me , parti e non tornare più”. Silenziosamente così com’era venuto, il principe scomparve lasciando sul selciato lacrime amare. Venne l’inverno bianco e silenzioso. Nessuno suonava più sotto al roseto. La neve col suo candore copriva tutto. Tutto era quiete. Tutto era pace. La principessa triste pensava e ripensava al Vero Amore: pensava ,pensava e pensava… Passarono i giorni, le notti, i mesi. Quand’ecco un mattino di tiepido sole si udì dal rosaio uno scoppiettìo, o un trillo forse o un suono forte che svegliò Fiamma e tutte le fatine nei fiori. Le rose aprirono in anticipo le loro corolle e le piccole fate ancora insonnolite si stropicciarono gli occhi dalla sorpresa. Ma cos’era mai quella strana musica aldilà dei rovi? La principessa ancora in pigiama si avvicinò alla finestra, sbadigliò, si stiracchiò, aggrottò le sopraccicglia e pensò che tanto tempo fa forse aveva sentito qualcosa del genere o forse …forse stava ancora sognando… “Uè” gridò dal balcone“che è stato?” “Chisto vossignoria!” le ripose una voce forte e scanzonata accompagnata da un allegro tamburello. Ecco che era quel suono! Un tamburello!!!  Che gioia per il suo cuore risentire un vecchio amico! Quel suono antico, suono di sole , di pietra, di risa di bambini, di piedi scalzi e zoccoli, di fabbro e di grilli… Il suono del tamburello vibrò nell’aria e salì su sempre più su fino a a scacciare le ultime nuvole dell’inverno e con lui la solitudine, il gelo, la tristezza, il vento e spargendo fra le fate del rosaio il tintinnìo di mille monetine.Le fate batterono le piccole mani a ritmo e già qualcuna iniziò a danzare sulle corolle. Fiamma socchiuse gli occhi e si rivide bambine ballare di nascosto con i figli dei servi, , i passi svelti nel cortile con il tamburello in mano e con i riccioli che danzavano intorno a lei : rise di una risata forte di onda , di mare , di scoglio. Poi il tamburello taque ma solo per un istante e la sommerse l’abbraccio dolce e inaspettato della melodia di un mandolino: “Ma nun la vir’ sta città, pare na bella addormentata…tu con nu vaso ha poi scetà…” così cantava il suonatore e quella musica arrivava dritta al cuore senza preavviso : freccia al centro del bersaglio, una voce schietta, sincera ,magica. Senza pensarci su Fiamma si gettò fra i rovi per aprirsi un varco e raggiungere la musica.Presto presto senza sentire il dolore dei graffi né delle spine che le ferivano le braccia cominciò a spostare i rami dei rovi. Ma ecco le fate commosse trasformarono le spine i morbidi petali profumati e mentre Fiamma lottava per scostare quei rami di rosa qualcuno aldilà le cantava di quella sua città così difficile e amara ma così bella, della sua gente di cuore e malandrina, della miseria e dell’onore della povera gente, dell’odore acre dei vicarielli e del profumo della pizza, del sapore dei limoni e dei baci sotto i portici, della puzza del porto e delle grida del mercato… Fiamma annaspava come un naufrago nella tempesta finchè ormai solo un’ultima fronda la separava dalla musica. Allora si fermò e per la prima volta vide chi cantava e suonava per lei... …scalzo, , mani grandi da pescatore che uscivano dalle maniche della casacca bianca , profondi occhi neri e rughe sotto la maschera e poi un sorriso , un sorriso d’orizzonte, generoso come una giornata si sole, aperto come il cielo dopo l’acquazzone. Pulcinella sorridendo la prese dolcemente per mano e lei uscì dal rosaio. “Iamm’ principè! E’ ora e turnà a Napule. E’ ora ‘e fa a reggina.” Fiamma sorrise, scrollò i riccioli e lo seguì.

SIMONA MAIOZZI