Cataldo era perplesso e pensieroso. Seduto su un grande sasso nel giardino del castello di Portè sembrava non accorgersi di quello che accadeva accanto a lui… ragazzini che strillavano e giocavano, armigeri che si allenavano, passeri e merli che combattevano una strenua battaglia per conquistare le briciole che il cuoco aveva gettato via… Cataldo, gli occhi persi nel vuoto non diede segno di aver sentito neanche quando Amina, una damigella di corte che in realtà a lui piaceva proprio tanto, lo chiamò speranzosa “Cataldo, mi aiuti a cogliere quelle deliziose mele?”

E pensare che, in un’altra occasione Cataldo avrebbe fatto carte false pur di star vicino ad Amina! Ma quel giorno sembrava fosse su un altro pianeta… Beh, in fondo non è poi difficile capire il perché.

Avete presente, vero?, chi è Cataldo? Già, proprio quel ragazzino che si era trovato, all’improvviso, protagonista di una strana avventura e che, dalla sua poverissima casetta nel paesello di Dannè, era finito niente meno che al castello di Portè ad indossare i panni dell’erede del Duca della Vittoria… Insomma, pensate un po’ se capitasse a voi! Certo che era distratto, pensieroso e anche un po’ preoccupato! Perché tutta la storia di Ettore, del mago nero, dei cavalieri traditori, insomma, tutta quella parte Cataldo l’aveva chiarissima. Non era poi così difficile da capire. Quello che proprio non riusciva a spiegare era il suo ruolo, quello che aveva fatto lui, non gli tornava proprio di esser stato così coraggioso e di esser riuscito a bloccare tre esperti cavalieri, un nobile e un mago che, per quanto certo non fosse un marcantonio, era pur sempre esperto di arti misteriose. A dir la verità un sospetto, il ragazzino, l’aveva. Tutto era iniziato quando aveva cercato riparo in una stanza nascosta del castello di Dannè, ricordate vero?. E proprio lì aveva trovato una spada. “Possibile? – si chiedeva Cataldo – Davvero è una spada magica? Ma mi hanno sempre raccontato che le armi fatate toccano a grandi eroi, a persone speciali, e certo io non lo sono… si, va bene, so di essere in gamba – ridacchiò tra sé e sé – ma fino a questo punto…”

Mentre rimuginava su quel mistero, Cataldo quasi senza accorgersene cominciò ad accarezzare l’elsa della spada, che da quel giorno aveva iniziato a portare sempre con sé senza però mai riprenderla in mano. E ancora una volta, la magia che quell’antica fata vi aveva riversato, fece il suo effetto… Cataldo sentì un calore salirgli lungo il braccio, e un sussurro affacciarsi alla sua mente. Parole che avevano poco di umano, ma che come primo effetto ebbero quello di tranquillizzarlo e rassicurarlo. E meno male, perché proprio in quel momento successe una cosa strana e spaventosa.

Si sentì un urlo acuto, e tutti i ragazzini che fino a quel momento avevano giocato spensierati nel giardino cominciarono a correre cercando riparo. Dal fondo del parco si levava un fumo nero, denso e puzzolente, e gli armigeri, attirati dal clamore, cominciarono a cadere come mosche.

Cataldo sembrò svegliarsi all’improvviso, scattò in piedi e cercò di capire cosa stava succedendo. Afferrò per un braccio uno dei ragazzini che stava scappando verso le porte del castello. “Ehi – urlò Cataldo – ma cosa accade?”

Il ragazzino, tal Pedro, balbettando rispose che non aveva ben capito, ma che all’improvviso si era levato il fumo dal quale erano uscite braccia robuste e fasciate di ferro. Braccia che avevano afferrato chiunque gli fosse capitato a tiro, trascinando i malcapitati nella nauseabonda nuvola nera. “Anche Amina – disse Pedro – è stata catturata. Non so cosa sta succedendo, ma tutti quelli che si sono trovati vicino si sono sentiti afferrare da paura. Via, scappiamo!”. E Pedro, liberandosi il braccio con uno scrollone, guadagnò l’ingresso del castello. Lasciando un Cataldo sconvolto che riusciva solo a pensare ad Amina!

Amina, la dolce Amina! Proprio quella della mela, si, l’avevo detto che a Cataldo piaceva molto. Anzi, mi sa che ne era proprio innamorato, come si può amare a 12 anni, con tutto il cuore e l’animo! Non aveva mai avuto il coraggio di dichiararsi – e del resto non era poi tanto che Cataldo era a corte! – ma sognava di conquistarla, di diventare… si, insomma, il suo fidanzato! Amina dai lunghi capelli neri, gli occhi luminosi e il carattere allegro! Cataldo sentiva la testa in fiamme. “Non posso permettere che la portino via – pensava – devo fare qualcosa”. E stringendo la mano sull’elsa della spada, si precipitò verso il fondo del giardino, proprio dove la nuvola nera, densa, puzzolente e immensa, avvolgeva ogni cosa. Cataldo, un po’ spinto dal suo amore per Amina e un po’ dal coraggio che gli veniva dalla spada magica, vi si buttò dentro.

E si ritrovò in un mondo strano. Dentro la nube tutto era oscuro, viscido come la nebbia magica evocata dal mago – ricordate? – ma anche denso, appiccicoso. I movimenti diventavano lenti, faticosi. Gli occhi sembravano volersi chiudere, le gambe si attaccavano al terreno e le braccia non volevano saperne di alzarsi… Cataldo si sentiva sul punto di cadere, uno strano torpore – un po’ come quando stai per addormentarti – si impossessò di lui, e i pensieri rallentarono… “Cosa succede? – si disse – Cosa sto facendo? Perché sono qui?”.

Per fortuna, aveva la mano ancora sulla spada magica, e la sua magia tornò a farsi sentire. Piano piano il calore si diffuse lungo il corpo di Cataldo, e alla fine il ragazzino si sentì di nuovo lucido. E vide!

Dentro la nube c’erano esseri strani e malvagi, forme oscure che stavano legando i ragazzini e gli armigeri che avevano catturato. In un lampo, Cataldo capì! Erano Bong, quegli esseri viscidi, maligni e vigliacchi che vivevano ai margini di Dampè, nelle malsane paludi che separavano il regno dal resto del paese! La mamma, quando era piccolo, gliene aveva parlato, gli aveva raccontato che ogni tanto, quando erano spinti dalla fame, si avvicinavano ai villaggi e catturavano bimbi e giovani per nutrirsene. Bisognava stare attenti, se si vedeva del fumo nero apparire all’improvviso, e allontanarsi in fretta, che i Bong erano forti e pericolosi, ma lenti e vigliacchi, tanto che cercavano sempre prede solitarie, bambini che si erano allontanati e giovani incauti. Erano un pericolo, ma di solito bastava fare un po’ di attenzione. Almeno, così diceva la mamma, ma Cataldo aveva sempre pensato che fosse una storia inventata, un po’ come quella dell’uomo nero che serve a far star tranquilli i bimbi più monelli! Insomma, Cataldo non ci aveva prestato tanta attenzione, e a dir la verità non credeva che i Bong esistessero per davvero. Ma adesso… adesso era costretto a ricredersi, e a ricordare tutto quello che la mamma gli aveva raccontato. Questa volta però le cose sembravano ben diverse da come li avevano dipinti: mai erano arrivati così in forze, di solito, diceva la mamma, erano al massimo uno o due, con una nuvoletta non più grande di un pallone.

Qui invece, sembravano centinaia, e la nuvola oscurava gran parte del giardino.

“E questa volta sono arrivati addirittura al castello – pensò Castaldo – altro che bambini solitari! E quanti sono! Ci deve essere sotto qualcosa”.

Cataldo, sempre guidato dalla magia di quella spada che si stava rivelando sempre più preziosa, cominciò a muoversi lentamente, deciso a capire come mai i Bong si fossero presentati in forze e proprio sul portone di casa del Duca della Vittoria. Protetto dall’oscurità, e sicuro che quegli esseri malvagi fossero troppo impegnati per accorgersi di lui, il ragazzino si spinse fino al centro della grande nube. E fece una scoperta sorprendente! Al centro di tutto c’era un essere mai visto, una specie di grande orco, con il testone e il corpo ricoperti da un’armatura lucente e in mano una bacchetta magica nera come il carbone più nero. Dalle labbra di quell’essere usciva una strana litania, parole in una lingua sconosciuta accompagnate da un filo di fumo nero che alimentava la nube.

Cataldo era perplesso. Proprio non sapeva che cosa stava guardando. Chi però sapeva era la sua spada! L’antica maga che l’aveva forgiata e incantata aveva avuto a che fare con esseri come quelli, e la magia che aveva riversato nell’arma di Cataldo sembrò riconoscere l’antico nemico: era un demone, una razza ormai quasi del tutto svanita, dotata però di grandi poteri e capace di chiamare a raccolta attorno a sé tutti i malvagi. Quel demone in particolare stava usando i Bong per impossessarsi del regno di Portè, e da lì iniziare la conquista del mondo… del resto, lo sapete ormai, a Portè esisteva una magia buona che alimentava l’intera terra. Chi l’avesse conquistato, avrebbe avuto a sua disposizione un’arma invincibile!

Cataldo non si perse d’animo. La spada sembrava sapere cosa fare e lui stava cominciando a capire che doveva fidarsi… era la spada ad aver trovato lui, ad averlo scelto, e sembrava chiaro che lui era proprio il campione che l’antica e preziosa arma stava aspettando! Il ragazzino allora si avvicinò furtivo al demone, impegnatissimo a pronunciare le sue magie. Quando fu a pochi passi, tanto vicino da poterlo toccare allungando semplicemente una mano, il demone però sembrò riscuotersi. Aprì gli occhi ed emise un profondo ruggito chiamando a raccolta i Bong. Cataldo si guardò attorno frenetico… e adesso? Ma la spada non gli permise di temere: Cataldo la sguainò fulmineo, e dalla lama si sprigionò un lampo brillante. I Bong che stavano arrivando di corsa si ritrassero, e il demone inizò ad urlare. Cataldo allora affondò la spada nel corpaccione del demone.

E come previsto quell’essere esplose! Un boato tremendo, un lampo, uno schiocco assordante. E demone, nuvola e Bong svanirono nel nulla. Cataldo, frastornato, si guardò attorno. Era circondato da ragazzini e armigeri legati come salami, intontiti ma ancora vivi, ed erano di nuovo tutti nel giardino del castello. Cataldo, veloce come un lampo, iniziò a liberare tutti i prigionieri, cercando disperatamente la sua Amina.

Quando la trovò, spaventata, sporca e tremante ma sana e salva, si sentì davvero un eroe! E non dubitò mai più del potere della spada, e del suo essere degno di tenerla con sé.

 

BARBARA SANALDI