CAPITOLO  10 - "L'EROE DELLA MIA VITA"

 

Mi risvegliai su di un immacolato lettino ospedaliero. Di fronte a me la TV era accesa sui cartoni di Bugs Bunny. Sul comodino avevano appoggiato un vassoio con la colazione. La stanza era piccola e spoglia, tutta bianca e chiusa, sembrava un bozzolo. Mi misi seduta ma sentivo una fitta alla testa. Cos’era successo? Non ricordavo molto. Soltanto che Patrizio era ferito. Mi sentivo a pezzi, come se mi avessero chiuso dentro ad un frullatore. La testa mi girava ancora leggermente.  - PATRIZIO! Patrizio, dove sei?- Chiamai come una bambina sperduta. La porta si aprì e fece capolino un’ infermiera che mi guardò e poi si rivolse a qualcuno fuori. Entrarono Massimo e la mamma, trafelati e pallidi. Avevano entrambi una pessima cera, dovevano essere rimasti svegli tutta la notte. Mia madre aveva un aspetto terribile.  Era pallida, due occhiaie nere sotto gli occhi arrossati e spettinata. Indossava ancora il vestito con cui era andata alla festa la sera precedente e l’ombretto era sbavato. Massimo era anche lui in pessime condizioni ed era ugualmente preoccupato. - Marianna, ti sei svegliata finalmente! Stai bene?- Mi chiese subito la mamma, sedendosi sulla sponda del letto. Annuii domandando subito di Patrizio. La mamma, istintivamente, guardò Massimo che assunse un espressione nervosa. Mia madre sospirò e disse: - Il proiettile gli ha trafitto il cuore, Marianna. Adesso è in coma ma la sua situazione è gravissima. - Mi prese la mano stringendomela forte. - Mi dispiace. - Le si inumidirono gli occhi e tenni lo sguardo fisso su di lei.  “Non può essere”pensai “non Patrizio. Lui non deve morire. Merita di vivere!” Il respiro mi si fece affannoso e presi a dondolare avanti ed indietro,  come in preda al delirio. - Dimmi che vivrà ti prego!- Esclamai, singhiozzando –Perché a lui? Non avrebbe mai fatto del male a nessuno! Perché lui e non quel mostro?- (Dicendo quel mostro alludevo a mio padre, ovviamente). Scoppiai a piangere, scossa da violenti singhiozzi che mi troncavano il respiro.  La mamma mi abbracciò stretta dicendomi che non era detta l’ultima parola: era ancora vivo. La mamma era sempre così: la sua forza le faceva negare la realtà anche quando era evidente. Mi disse che papà era stato rispedito in prigione.  Altro che prigione! Meritava la morte!  Al suo contatto le lacrime aumentarono e non riuscii a togliermi dalla testa la visione di mio fratello.  Massimo si sentì di troppo e fece per andarsene, ma la mamma lo chiamò.  - Massimo, non andartene. - Disse – Mai quanto ora Marianna ha bisogno di qualcuno che le stia vicino. - Sorrise a Massimo e, stringendomi l’ultima volta,  uscì dalla stanza chiudendosi la porta dietro di sé. Massimo prese una sedia e si sedette in fianco al letto,  imbarazzato e triste. - Era il mio eroe. - Dissi, asciugandomi con le mani il viso completamente bagnato dal pianto –Era la mia fonte di felicità, di compagnia. Non posso vivere senza di lui, è come se avessi perso parte di me. Non lo sopporto.- Chinai il capo. Di sicuro Massimo si sentiva in colpa. Infatti Patrizio si era sacrificato per lui. Gli aveva salvato la vita. - Mi odierai, Marianna. - Massimo parlò per la prima volta. –E’a causa mia che il tuo povero fratello è ridotto in quelle condizioni. So che non me lo perdonerai mai.  Dimenticami.- Preso da un forte senso di colpa, si alzò e si diresse verso la porta ma lo fermai: - NO! Non è colpa tua. E’ mio padre che gli ha sparato, non tu. E poi…- mi interruppi perché non trovavo le parole.  Massimo mi guardava, aspettando che parlassi. - Poi, se l’ha fatto, era per farmi felice. Patrizio voleva sempre che fossi felice. - Abbozzai un sorriso che Massimo ricambiò. Continuai: - Mi diceva sempre: “Marianna, sorridi! Il tuo sorriso è la cosa più bella. Cerca di sorridere sempre ed io ti aiuterò a non farti perdere la gioia di ridere.” Poi, una volta mi ha detto: ”se un giorno la malattia dovesse avere la meglio su di me, l’ultima cosa che farò sarà per te, ti farò un regalo….”- Massimo tornò a sedersi accanto a me, vivamente interessato. Finii la frase di Patrizio: - Mi disse:” ti regalerò la felicità”. - Guardai Massimo che mi abbracciò. Mi commossi a tal punto da dimenticare le mie sofferenze. Mi sembrò come se il mondo intorno a noi si fosse bloccato. Volevo molto bene a Massimo ed ora mi rendevo conto che stava nascendo qualcosa di più. L’indomani, il 26 luglio 2007, Patrizio si spense. Il suo cuore ebbe un tremendo attacco la notte, appena prima di fermarsi. Spirò in coma, forse senza nemmeno rendersi conto che stava morendo. La mamma ne fu informata subito, l’ospedale le telefonò nel cuore della notte. Io fui dimessa la mattina dopo. Quando mia madre mi diede la notizia il dolore fu insopportabile e volli vederlo l’ultima volta. Un’ infermiera mi accompagnò da Patrizio. Era steso supino su un letto d’acciaio. Mi avvicinai per accarezzargli il viso. Era ancora tiepido, anche se il colorito della pelle era già un po’ grigiastro. Studiai per l’ultima volta i suoi tratti somatici, gli occhi a mandorla che una volta erano sempre ridenti.  Lo baciai teneramente sulla fronte sussurrando: - Ti voglio bene. - Mi staccavo da lui e, stringendo le labbra per non piangere, guardai il suo letto di morte. Contemplavo  quell’ immagine che non mi si sarebbe mai più cancellata dalla memoria ed uscii, salutandolo sottovoce. Due giorni dopo ci fu il funerale di Patrizio. Decidemmo di farlo seppellire qui, a Fregene. Il giorno dopo saremmo tornati a Roma, la mamma a casa nostra ed io e Massimo avremmo cercato un appartamento per convivere. Quel giorno sembrava che Dio fosse stato contento di riabbracciare uno dei suoi angeli più cari. Era una giornata magnifica, il sole splendeva nel cielo sereno e c’era una brezza piacevole. Sembrava di percepire un’aria migliore, come se nell’atmosfera si fosse dispersa una carica di emozioni e si stesse piano piano spargendo nell’aria. L’energia di Patrizio stava sospesa tra noi e non si sarebbe dissolta mai. Prima che la bara venisse calata sottoterra posai una candida rosa bianca su di essa. Dissi: - Grazie per avere mantenuto la promessa.-  Mi allontanai osservando la bara che veniva calata nel terreno. Così Patrizio sparì per sempre dalla mia vista, ma non dal mio cuore. Lui sapeva che sarei stata felice con Massimo e salvandolo mi aveva fatto il regalo che mi aveva promesso. Era una persona speciale, unica e sincera. Mi dispiacque che avesse sofferto tanto nella vita, ma ora avrebbe riposato in pace. Anzi, decisi di ispirare a lui il mio ideale di vita. Da oggi volevo vivere come lui mi aveva insegnato: allegra, spensierata ed avrei cercato di gioire delle piccole cose, per vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. Perché le cose belle capitano quando meno le si aspetta. Anche chi era meno fortunato di me se n’era accorto.  Finita la messa, restai di fronte alla lapide, nonostante la mamma e Massimo mi chiamassero a gran voce. Inspirai più aria che potei e la voglia di vivere crebbe dentro di me. Ad ogni mio respiro, l’energia, l’essenza vitale di Patrizio sarebbe entrata in me per aiutarmi. Io ci credevo. Perché volevo vivere ancora.