CAPITOLO  9 - "SACRIFICIO"

 

Intanto, Patrizio e la mamma si trovavano ancora in spiaggia. Verso le ventidue avevano finito di di  cenare da un pezzo e, stanchi di sentire musica etnica e canti tribali, si avviarono verso casa. Avevano trascorso bene la serata:  gustarono dell’ottimo pesce e Patrizio apprezzò molto la musica. Invitò persino una ragazza a ballare con lui!  - Sei stanco, Patrizio?- Gli chiese la mamma, sul portone d’ingresso. - No affatto sarei restato a ballare per ore! Non vedo l’ora di raccontare tutto a Marianna. - Bastava davvero poco per rendere Patrizio felice come una pasqua.  Per lui tutto aveva un    colore, qualsiasi evento lo prendeva con gioia e spensieratezza. A volte lo invidiavo davvero e mi chiedevo come potesse essere sempre così gaio. Sfogava tutto il suo istinti nella poesia ed i risultati sorprendevano chiunque. Appena entrarono in casa chiamarono il mio nome un paio di volte, senza ricevere risposta. - Starà dormendo?- Sussurrò Patrizio. Invece no, avrei voluto gridare a squarciagola:” SONO QUI, AIUTATEMI, SALVATEMI!!!” Ma non potevo a causa del nastro adesivo che avevo sulla bocca. Avevo i polsi legati dietro la schiena da una corda grezza. Avevo ripreso i sensi da poco, risvegliandomi in uno stanzino buio e disordinato: il ripostiglio. Sola nel buio, avevo una paura matta e sentivo mille presenze immaginarie attorno a me. Cercavo di tenere gli occhi chiusi per evitare il buio, ma la paura era troppa. Ricordo le cattiverie che mi infliggeva papà quando avevo solo cinque anni. Mi rinchiudeva in uno stanzino buio per ore, la mia buiofobia si faceva cronica. Avevo male alla testa dove ero stata colpita, non so da chi,  ma ormai ero sicura di chi potesse essere: Massimo. Non c’era nessun’ altro in casa a parte lui e sapeva che ero andata in cucina. Il rimorso si fece più forte della paura e non riuscii a perdonare la mia debolezza per averlo invitato a cena! Era tutta colpa mia, chissà cos’ avrebbe fatto alla mamma ed a mio fratello. Silenziose lacrime mi rigarono le guance. Sentii chiamare una volta il mio nome, poi un grido di terrore. - Che cosa ci fai qui? Dov’è Marianna? DOV’E’??!!- Urlò la mamma, fuori di sé. - E’ al sicuro, tranquilla. Sedetevi, non vi farò del male.- Sentivo quasi tutto, anche se un po’ indistinto. La voce di Massimo sembrava strana, più gutturale. Sentii parlare ma non percepii il discorso esatto, colsi soltanto alcune parole: trovarvi…casa…Marianna. Poi una voce maschile vicina esclamò: - Vuoi proprio vedere tua figlia? Eccola qua!- La porta del ripostiglio si spalancò violentemente ed  un’ ombra robusta e massiccia si stagliò davanti a me. Una mano forte mi afferrò per un braccio, scaraventandomi fuori. Finalmente ebbi l’occasione di vedere il mio aguzzino. Lo riconobbi a fatica perché era passato parecchio tempo, ma il tempo non può cancellare certi ricordi. Non era Massimo, era mio padre. Era muscoloso, aveva un tatuaggio raffigurante un teschio sul braccio sinistro ed un piercing alla narice. Indossava una maglietta bianca che gli stava stretta, risaltando i muscoli, jeans consumati alle ginocchia ed anfibi. Aveva la barba irsuta e l’espressione cattiva: metteva inquietudine. Si scrocchiò le dita sonoramente. Aveva delle mani massicce, le vene dei palmi sembravano corde ed aveva le macchie di nicotina sulle prime due dita. Restai incantata a guardarlo, chiedendomi se stavo sognando o se quello era davvero mio padre. Sembrava che i lunghi anni trascorsi in prigione avessero rafforzato la sua brutale personalità. Notai poi un dettaglio che mi fece trasalire: era zoppo! Per quello la sua camminata produceva quel rumore particolare. Infatti la sera prima sentivo prima un passo normale, poi qualcosa che veniva trascinato. La sua gamba sinistra appunto, quella zoppa. La mamma, Patrizio e Massimo erano seduti in salotto, anche loro con le braccia legate dietro la schiena. Patrizio fece per corrermi incontro, ma papà lo bloccò puntandogli contro una pistola. La mamma non sembrava affatto intimorita da nostro padre. Notai che Massimo aveva una ferita alla testa, come la mia. Di sicuro aveva tramortito anche lui per legarlo.  - Perché sei tornato? Che cosa vuoi da noi?- Esclamò la mamma. - Vi ho cercati a Roma proprio ieri ma non c’eravate.- Spiegò papà – così ho voluto fare un salto qui, ed ho fatto una visita a Marianna.- Mi lanciò un’occhiata beffarda.  Poi continuò: - Ed ora, ci siamo ritrovati tutti qui, non è magnifico? Una famiglia finalmente riunita! Unita per sempre.- Sottolineò le ultime tre parole con rabbia.  - Che cosa voglio? Voglio rifarmi degli anni persi in galera. Non vi immaginate nemmeno di quanto mi abbiate fatto soffrire. Per colpa vostra ho passato i dieci anni più brutti della mia esistenza!- - Ah, sì?- Ribadì la mamma, con enorme coraggio – Tu invece ti immagini benissimo di quanto ci hai fatto soffrire con le tue scorribande, i debiti ed i tuoi amici strozzini. Come puoi rinfacciarci la tua punizione che non hai nemmeno scontato per intero, a noi che hai fatto passare l’inferno? Se sei venuto per piangerti addosso sappi che perdi quella poca dignità che ti è rimasta. Se ne hai mai avuta. - Papà fece per ribadire seccamente ma Patrizio lo interruppe,  fuori di sé dalla collera.  Gridò, tra le lacrime e la voce scossa dal pianto: - Non ne ha mai avuta di dignità! Perché sfogava tutte le sue attenzioni su di me! Ora basta! Ti odio! IO TI ODIO!!!- Non avevo mai visto Patrizio in quello stato. Paonazzo, sudato ed agitatissimo, tanto da sembrare folle. Non capivo che cose intendesse per “attenzioni”. Almeno, non volli crederlo perché mi sembrò troppo crudele. La cosa peggiore che possa essere fatta a livello umano, ora potevo anche perdonare i debiti, l’alcool, magari anche la droga. Ma non quello. La bestialità non poteva esistere nella mia famiglia, non volevo pensarci. Eppure la rivelazione fu tremenda quanto una pugnalata al cuore. Io non ne sapevo niente ed in un attimo capii perché Patrizio odiasse papà in maniera così ossessiva, così dilaniante. La verità era cruda e non avrei mai pensato fosse così. - Che cosa, Patrizio? Cosa stai dicendo?- Domandai, nonostante avessi capito tutto. Speravo negasse le mie supposizioni, ma non fu così. Il mio sguardo si incrociò con quello della mamma e lei annuì con un cenno del capo, solennemente.  “Tuo padre ha fatto questo....” ripeté una voce dentro di me. - Non può essere vero! - Gridai – Perché con lui? Non vedi che è ammalato? Patrizio E’ AMMALATO!!! - L’ira sfociò come un fiume in piena, ero accecata dall’odio, questo non avrei mai potuto perdonarglielo. Avrei desiderato più di ogni altra cosa strangolarlo con le mie mani. - E’ ora di togliere di mezzo scomodi testimoni. - Papà impugnò la pistola che puntò verso di me, ma rapido, come un fulmine, fece partire il colpo in direzione di Massimo. - NO! Non te lo permetterò!- Patrizio si parò davanti a Massimo, prendendosi il proiettile in pieno. Fu come la fine del mondo. Vidi Patrizio riverso a terra, la mamma fuori di sé dalla disperazione e Massimo che cercava, impotente, di aiutare mio fratello. Sentii urla provenire da fuori, sirene, clacson, alcuni uomini entrarono in casa caricando Patrizio su di una barella. Tutto questo fu un turbine che mi fece svenire.