CAPITOLO  7 - "SOLA"

 

 

Venerdì mattina seguente mi recai in spiaggia. Massimo mi seguì con lo sguardo aspettando che lo salutassi ma io non feci una piega. Anzi, lo evitai proprio perché non avevo voglia di altre discussioni o di scene strappalacrime. Il pomeriggio feci un lungo giro in città e comperai anche i regali per la mamma e per Patrizio. Presi dei bellissimi orecchini per la mamma. Erano pendenti, dorati,  a forma di stella, con numerosi brillantini. Per Patrizio presi una maglietta con scritto: FREGENE. Lui adorava le magliette con i nomi delle città. Infatti, ne ha una per ogni luogo che abbiamo visitato. Rincasai stravolta dalla camminata e dal caldo. Per tutto il giorno il termometro non era sceso sotto i 35 gradi. Ma quella sera accadde qualcosa di strano. Erano le 22 ed ero distesa sul divano a leggere una rivista quando sentii dei rumori provenire dalla cucina. Dapprima non ci feci caso, poi cominciai ad essere ansiosa. La cucina stava dall’altra parte dell’appartamento, separata dalla sala da un lungo corridoio con le altre stanze. Dal divano riuscivo a vedere il corridoio e l’ingresso della cucina. Controllai e vidi quanto la casa era buia e tetra. Cercai di continuare a leggere ma le mani presero a tremarmi e sentii un’altra volta quel rumore. Era come un ticchettìo seguito da una specie di fruscio, come qualcosa che viene trascinato. Guardai ancora, e mi parve tutto normale. L’unica luce in tutta la casa era la lampada accanto a me che mi permetteva di leggere. Quando sentii di nuovo il rumore mi alzai e, preso il coraggio a due mani, avanzai verso il corridoio. - Marianna…-  Sentii una voce.  Non riuscivo a capire da dove provenisse. Il mio cuore batté all’impazzata e fui tutta un tremito. Mi bloccai in mezzo al corridoio, pietrificata. Avevo sentito bene? Forse avevo le allucinazioni. Il mio respiro si fece affannoso. Forse Patrizio e la mamma erano già arrivati e mi stavano facendo uno scherzo. No, non erano i tipi. Chiusi gli occhi e li riaprii, come per svegliarmi da un incubo. Ero immersa nell’oscurità ed il rumore si faceva sempre più vicino. La mia buiofobìa stava aumentando ogni secondo. - Ti vedo Marianna.-  Sentii la voce di prima chiara e nitida, dal tono rabbioso e fu troppo per me. Col cuore in gola mi lanciai nella stanza aperta più vicina, il bagno, e mi chiusi dentro. Agitatissima, col fiatone e nella più totale disperazione, mi tappai la bocca con una mano per non gridare. Un tremendo pensiero mi assalì. Forse non ero sola nel bagno, mi ero rifugiata proprio nella stanza sbagliata! Invece, dai vetri della porta vidi un’ombra, quindi la persona che si era intrufolata in casa mia stava fuori. Sentii in lontananza la suoneria del mio cellulare. Che potevo fare? Cavoli, dovevo proprio scappare nell’unica stanza senza telefono per chiamare la polizia! Il cellulare squillò a lungo poi smise. Il silenzio piombò di nuovo. Con mio grande spavento, vidi che l’intruso stava dietro la porta. Mi avvicinai al vetro, l’unica cosa che ci separava. L’intruso girò la maniglia, ma la serratura era chiusa. Prese a tirare la porta con violenza, cercando di forzarla. - So che sei lì dentro! Non ti farò niente, aprimi!-  Esclamò, la voce tra l’iroso ed il supplichevole. Ero disperata e gridavo di lasciarmi in pace. Poi, la porta del bagno smise di sbattere e sentii il campanello della porta d’ingresso che, distrattamente avevo lasciato aperta. Qualcun altro era entrato in casa. Chi era, un complice? Oppure la mamma? Pregai per la seconda ipotesi. Sentii una voce maschile: - Marianna, sei in casa?  - Ehi, chi è là! FERMO!!!-  Ci fu un trambusto, poi una porta che sbatteva ed un rumore di vetri rotti. Era la voce di Massimo, ne ero sicura. - Marianna dove sei?-  Il suo tono era seriamente preoccupato e spaventato. Uscii dal bagno e ci ritrovammo faccia a faccia. - Mio Dio, stai bene?- Mi chiese, angosciato – c’era un uomo qui, proprio davanti a questa porta! E’ scappato, non sono riuscito a fermarlo.- - Sto bene, sono terrorizzata. Forse voleva uccidermi.-  La mia voce era rauca e strozzata dalla paura. Ero madida di sudore e non riuscivo a calmarmi. - Ma chi era, lo conoscevi? Sicura che stai bene?- - Sì, sì, chiamiamo la polizia.-  Tagliai corto, fiondandomi verso il telefono. D’improvviso mi sorse un dubbio terribile che mi paralizzò. Come mai Massimo era venuto in casa mia? Cosa voleva? Un terribile presentimento mi assalì: che fosse stata tutta una messinscena e “l’assassino” fosse proprio lui?  - Un momento.- Dissi, posando la cornetta. –Tu che ci fai qui? Perché sei venuto?- - Ah, sì scusami.- Fece un sorriso imbarazzato – ho cercato di chiamarti. Volevo solamente chiederti scusa per ieri. Tutto qui. Comunque non servirà a molto chiamare la polizia, se non hai nemmeno una mezza idea di chi fosse il tuo aggressore. Sapresti descriverlo, almeno?- - Che domande mi stai facendo?!- Sbottai – Cosa dovrei fare? Aspettare che ritorni e dirgli: “senti, dovresti raccontarmi tutta la tua vita prima di uccidermi”?! Cosa ti salta in mente?- Sbuffai e telefonai alla polizia. In realtà avevo già un’idea di chi potesse essere. Mio padre. Ma come faceva a sapere che mi trovavo qui? No, era assurdo. Eppure l’istinto mi diceva che dovevo stare all’erta. Non era un semplice ladro. Cercava me, sapeva il mio nome. Denunciai il fatto al poliziotto e riattaccai. Erano le 23, mamma e Patrizio sarebbero arrivati a momenti. Gli avrei subito raccontato tutto.  Non gli nascondevo mai nulla e poi odiavo i segreti. Almeno nei prossimi giorni non sarei rimasta sola, questo mi faceva sentire più forte. Io e Massimo ci sedemmo sul divano, dove avevo lasciato la mia rivista prima di avventurarmi nel corridoio.  - E’ entrato dalla finestra.-  Dissi, tormentando un lembo della gonna per il nervoso. - Ne sono certa, il balcone è basso. E poi la sua camminata faceva un rumore particolare. Come se trascinasse qualcosa.- - Aveva con sé una sacca o una borsa, che magari trascinava per terra?-  Mi chiese Massimo, molto interessato. - No, almeno, io non ho visto nulla di ciò ma eravamo nel buio più totale. Ho paura che torni e se torna mi uccide. E ’me che vuole.- Fui interrotta dal citofono. La mamma e Patrizio erano puntualissimi. Appena entrarono in casa presentai loro Massimo. Non seppi come spiegare loro la vicenda accaduta soltanto pochi minuti prima. Aspettai che ebbero posato le valige in camera e si fossero cambiati in tranquillità. Alla fine, dissi: - Vi devo dire una cosa importantissima. Mi spiace farvi preoccupare ma non ce la faccio a tenermi tutto dentro.-  Massimo mi guardò con approvazione e, ritenendo la sua presenza fosse di troppo, ci augurò la buonanotte e dicendo che ci saremmo visti l’indomani. Così, li feci accomodare sul divano e raccontai tutto, per filo e per segno, sottolineando il mio sospetto verso papà. Per tutto il tempo in cui narrai Patrizio aveva tenuto una mano davanti alla bocca ed ogni tanto si lasciava sfuggire un gemito, mentre la mamma restò impietrita. Conclusi dicendo che avevo già avvertito la polizia e che mi sentivo molto meglio ora che loro erano con me. Appena finii, la mamma disse: - Ma allora se non fosse arrivato Massimo tu a quest’ora saresti…- si interruppe abbassando lo sguardo.  - Sì. Sa il mio nome, è questo che mi angoscia, mi ha chiamato due volte per nome. Ho paura che ritorni.- Affermai.- Bè effettivamente i tuoi sospetti non sono vani, dal momento che ti ha chiamata per nome. Ma dimmi un po’ di questo Massimo.- Obiettò la mamma. –Sicura che non abbia inscenato tutto?-- Ho avuto lo stesso presentimento. E’entrato, l’ho sentito urlare “FERMO!” Poi vetri rotti, ossia la finestra della cucina e del baccano. Poi più nulla. Soltanto la mia paura.- Patrizio si lanciò ad abbracciarmi così stretto da togliermi il fiato. Cominciò a piangere come una fontana promettendo che non mi avrebbe mai più lasciata sola.