CAPITOLO  3 - "CORRISPONDENZA=

 

La mia vita era cambiata in pochi minuti. La mia ossessione più grande era: cos’avrebbe fatto papà, una volta libero? Ci sarebbe venuto a cercare, magari per vendicarsi? L’ipotesi mi spaventava. Magari si era pentito e avrebbe iniziato una nuova vita. O chissà, sarebbe tornato con buone intenzioni, cercando di ristabilire un nuovo miglior legame con noi. Quest’ultima ipotesi mi sembrò alquanto difficile  ma, anche se in maniera remota, possibile. Comunque, lo ammetto, non sarei più stata molto tranquilla d’ora in avanti. Non me la sentivo di tornare al lavoro quel pomeriggio. Telefonai dicendo che non mi sentivo bene e che sarei rientrata l’indomani mattina.  Alle sedici Patrizio non era ancora uscito dalla camera e pensai di chiamarlo. La porta era chiusa e lo chiamai, senza ricevere risposte. Aprii la porta ma non lo vidi. Di sicuro era sul balcone. Infatti, seduto sulla sedia, di fianco al tavolino sul terrazzo, stava rosicchiando il cappuccio di una biro. Davanti a sé, un plico di fogli bianchi, ancora impacchettati. - Patrizio, stai bene?- - Oh, ciao Marianna! Siediti.- Mi sorrise, indicandomi la sdraio di fronte al tavolino. Acconsentii. La temperatura era gradevole, una leggera brezza rinfrescava l’aria umida. Di fronte a noi, molte case erano chiuse, tutti erano in vacanza a godersi il mare o la montagna. Mai come stavolta avrei desiderato andarmene da qui! - Stai scrivendo una poesia?- Chiesi, per rompere l’imbarazzante silenzio. - No, una lettera.- Rispose, aprendo il pacchetto di fogli ed estraendone uno. Cominciò a scrivere di getto, nervosamente. - Una lettera? A chi?- - Al Presidente.- Era troppo impegnato a scrivere per distrarsi a parlare. - Al Presidente della Repubblica? Patrizio, ma…- Lo vidi annuire più volte con la testa. Non sapevo cosa fare. Fermarlo mi sembrava ingiusto ma era un’idea assurda.  Rilesse, sempre annuendo col capo, per poi riprendere a capofitto, senza esitazione, sapendo le esatte parole da scrivere. Io non avrei mai avuto il coraggio né mi sarebbe mai passato per la testa il pensiero di scrivere al Presidente della Repubblica! In un batter d’occhi ebbe finito e mi porse il foglio sorridendo. - Leggila, dammi una tua opinione.- Mi auguravo che quel foglio fosse solo la brutta copia! Egregio signor Presidente, mi chiamo Patrizio Abbo ed abito a Roma. Volevo comunicarLe il mio disappunto verso la nuova legge sull’indulto. La mia non è solo una lamentela o un semplice sdegno. La mia è paura. Io ho paura di mio padre, il signor Giacomo Abbo, liberato quest’oggi dal carcere di Roma. Io vivrò col terrore di trovarmi faccia a faccia con la sua voglia di vendetta e, un giorno o l’altro, la metterà in atto. Io voglio bene alla mia famiglia e non voglio assolutamente che accada qualcosa di male a mia mamma ed a mia sorella. Non potrei sopportare tale affronto e dolore. La prego signor Presidente, ci pensi. Ne va della mia famiglia e della società.. Cordiali saluti ed auguri, PATRIZIO ABBO . Guardai mio fratello esterrefatta. Io stessa non sarei stata in grado di scrivere così bene e nello stesso tempo essere convincente. Dissi, ridandogli il foglio. - Davvero bella, Patrizio, non avrei potuto fare di meglio, ma…- - Ma..?- Mi chiese, piegando accuratamente il foglio. Sospirai. Volevo dirgli che la speranza era solo un bagliore, uno spiraglio che ormai stava svanendo. Di certo una lettera non poteva far tornare papà in prigione. Non serviva a nulla, ma non trovavo le parole per dirglielo. Patrizio mi osservava con occhi tristi. Gli occhi a mandorla più tristi del mondo. Dissi, con maggior tatto possibile: - Ma vedi, il gioco è fatto, non si può tornare indietro, la tua lettera è bellissima, ma servirà a ben poco. Mi spiace, ma le cose stanno così .- Patrizio mi osservò attentamente stringendo il foglio tra le mani. - Qualsiasi cosa. - Disse, con voce tremante –qualsiasi cosa pur di tenere in cella quell’uomo!-  Si alzò andando in camera a prendere una busta nel cassetto dell’armadio. Lo seguii, pentita di averlo deluso così. Cercai di rimediare alla situazione: - Senti, mi dispiace, io…io ho bisogno di una pausa, non so nemmeno cosa dico, ho sbagliato. Scusami.- Patrizio mi abbracciò stretta, quasi non volesse più staccarsi da me. Le sue lacrime mi bagnarono la guancia. Disse: - Vi voglio bene, Marianna. Lo faccio per questo.  Mi commossi. Lo invitai a fare una vacanza assieme a me, magari anche con la mamma. Mi rispose che magari mi avrebbero raggiunto dopo. Io potevo partire quando volevo, avevo tanti giorni di ferie arretrate.  Oggi è lunedì.” Pensai, sollevata. “Domani lo confermerò al Direttore e darò la notizia alle mie colleghe: Marianna  starà una settimana in spiaggia, a Fregene!”.