CAPITOLO  2 -  “IL TG DELLE 14.30”

 

Arrivai a casa poco prima delle 14. Abitavamo in un condominio alle porte di Roma. Eravamo al secondo piano di una palazzina di recente costruzione dotata di garage e di un minuscolo cortile, almeno, se dieci metri quadrati di prato secco potevano essere definiti “cortile”. Appena entrai a casa, posai la mia borsa sull’appendiabiti e mi recai in cucina. Trovai la mamma in piedi accanto ai fornelli che stava buttando la pasta e Patrizio seduto al suo posto, intento a guardare la TV.                                                                                                                                                                              -   Ciao! - salutai – Come va?- Ciao Marianna. Tutto bene, tu? Com’è andata oggi?- Mi chiese la mamma.  Patrizio mi rispose con un cenno perché aveva la bocca piena di patatine. Feci spallucce e risposi: - Come tutte le altre volte. Prendi il prodotto, passalo sullo scanner…”vuole un sacchetto, signora?”, “venti euro e quindici signora”, “si è scordata il resto, signora”! Non ne posso più.- Mi accasciai sulla sedia. Per un po’non parlò nessuno. Mamma distribuì la pasta per tutti e tre e mangiammo in silenzio, ascoltando la TV. Solo Patrizio riusciva a vederne lo schermo. La nostra cucina era piccola, c’era appena lo spazio per il fornello, il tavolo, il frigo, la credenza ed un ripiano per il televisore. La nostra casa però era abbastanza grande. L’entrata dava subito alla sala, confortevole e ben arredata. Il bagno era spazioso, almeno il doppio della cucina. Infine c’erano due camere, una per me e Patrizio e quella matrimoniale per la mamma. La nostra camera era dotata di un balcone, che dava sulla strada, adornato di gerani, la passione di nostra madre. Il terrazzo era il luogo preferito di Patrizio. Infatti quando aveva poca ispirazione si sedeva sulla sdraio e guardava dritto davanti a sé. A volte lo osservavo di nascosto. Il suo sguardo era indirizzato su un punto fisso. Ogni tanto scriveva qualcosa sul suo inseparabile block notes. Una volta l’avevo scoperto a parlare e sorridere da solo. Recitava tra sé una sua divertente poesia che mi aveva fatto leggere. Era una filastrocca assurda e strana ma ridicola e quando la lessi non potei trattenere una risata.  - Ascoltate!- Saltò su la mamma, indicando la tivù. Aprimmo le orecchie sia io che mio fratello. Il giornalista televisivo annunciava che dal carcere Rebibbia di Roma erano appena stati scarcerati circa 400 detenuti, grazie all’indulto. Le pene erano state ridotte di parecchio, con mio grande stupore e disgusto. Un pensiero mi fece rabbrividire e l’angoscia prese il sopravvento. Guardai la mamma. Non occorrevano parole. Aveva avuto la mia stessa preoccupazione. Di colpo mi passò l’appetito. - Non è detta l’ultima parola…ci avrebbero avvertiti, no?- Dissi, cercando di afferrare lo sguardo di mia madre. Patrizio non sapeva che dire, di certo aveva capito anche lui. La mamma scosse la testa e prese a morsicarsi le labbra. Sapevo che quando faceva così era davvero preoccupata e nervosa. - Non lo so, Marianna. In ogni caso la probabilità è alta, ne hanno liberati 400. Lui era in carcere già da tempo. - Sospirò. - Verrà a cercarci?- Domandai. - Ho detto che non lo so!- Sbottò la mamma –Non posso dirti nulla, non so niente! Oggi telefonerò alle carceri , anzi, telefono proprio ora!- Risoluta più che mai, la mamma si alzò di scatto, diretta verso il telefono. La sentii parlare. - Pronto, vorrei un’informazione, agente. Le vorrei chiedere notizie di un detenuto, il signor Giacomo Abbo, io sono sua moglie Elisa Ferri. - - …….. - Ah, sì…capisco…di un bel po’, già… - ……!!!- - Sì, sì, ho capito. E’ stato liberato. Grazie.- Riattaccò sbattendo la cornetta. Subito dopo tornò in cucina con aria tetra. Ci riferì che papà era stato scarcerato. Patrizio si fece scappare una lacrima e sbottò, con voce iraconda. - Allora il …….. è ancora in libertà???!!. - Patrizio, è tuo padre!- Lo interruppe la mamma. No, non è mio padre! Lui non è nessuno!!!- Urlò, alzandosi di scatto e correndo a rifugiarsi in camera, sbattendo la porta dietro di sé. Mi stupii della sua reazione. Patrizio era sempre pacato e calmo, non mi sarei mai aspettata un tale scoppio d’ira. Ma come biasimarlo? La notizia ci aveva fatto precipitare in un baratro di paure ed incertezze.   Nostro padre, Giacomo Abbo era un uomo crudele e patetico, scroccone, buono a nulla, sempre pronto a dare del filo da torcere ai deboli e pugnalare alle spalle i forti. Un uomo la cui bassezza non meritava nemmeno di essere compatita. Quando lui e la mamma si conobbero era diverso, anche se aveva già la fama di bullo. Nei primi anni della mia infanzia ho pochi ricordi di lui. Almeno, pochissimi belli, anzi, praticamente nessuno, e moltissimi orrendi. Mi ricordo le litigate con la mamma mentre  io mi rincantucciavo in un angolo tappandomi le orecchie con le mani e chiudevo gli occhi. A volte mi  dondolavo ripetendo migliaia di volte queste parole:”io non vi sento, io non vi sento…”. Cercavo di convincermi di questo. Purtroppo sentivo tutto, soprattutto vedevo. Picchiava la mamma, buttava ogni oggetto per terra, tirava calci ad ogni cosa, sotto il mio sguardo impotente. Era sempre ubriaco fradicio. La mamma mi ha detto che si drogava spesso. Eroina, o forse cocaina.  Con gli occhi annebbiati dalle lacrime, vedevo che si accendeva una sigaretta e, con in mano una bottiglia di grappa, usciva, lasciando la mamma nella disperazione. Io avevo paura di lui. Mi rinchiudeva sempre in uno stanzino approfittando della mia fobia del buio. Lui era il buio, per me, era la cosa che più mi intimoriva. Poi arrivò Patrizio. Il colpo grosso, la maledizione annunciata, per mio padre. L’idea di avere un figlio down era per lui una condanna. Il suo temperamento mutevole e vulnerabile, già messo a dura prova dalla nostra critica situazione economica e da una figlia (ossia io) che “non faceva altro che rompere le scatole” ebbe un accesso di follia. Avevo undici anni. Avevo una madre premurosa e volenterosa, un fratellino dolcissimo, una casa, amichetti e molti compiti da fare. Non avevo un padre. Almeno, mi ritenevo ancora fortunata di avere un padre vivo e vegeto, ma la sua presenza era frequente quanto l’ombra in un deserto. Lo vedevo sì e no qualche volta la sera, che dormiva sul divano con la televisione  accesa. E basta. Usciva la mattina senza dire una parola e non lo si vedeva più per tutta la giornata. La mamma non se ne preoccupava, anzi, era quasi felice di stare con me e Patrizio.  Finchè una mattina, la cruda verità. La mamma cercava i sudati risparmi che conservava nel cassetto di comò. Mio padre disse che li aveva spesi tutti quanti. Lo disse con tranquillità, come se spendere più di un milione di lire in pochi giorni fosse cosa normale.  - Spesi? Tutti tu? Per cosa?- Chiese la mamma. - Lo sai benissimo, Elisa.-  Papà si accese una sigaretta incamminandosi verso la porta, come se non vedesse l’ora di lasciare la propria casa e, soprattutto, la propria famiglia. - Non lo so! Dimmi cosa ne hai fatto! Erano i nostri risparmi, i MIEI risparmi, visto che tu vagabondi tutto il giorno!-  Mia madre era su di giri. Io ero una spettatrice non pagante. Lo spettacolo era appena iniziato e già avevo la pelle d’oca. Conoscevo già la risposta. Vedevo sempre papà con della farina contenuta in bustine bianche che appoggiava sul tavolino della sala e che nascondeva subito nella tasca del giubbotto. - FARINA!- Gridai, per salvare la situazione. La mamma mi guardò con un’espressione di eccessiva sorpresa. Papà non ebbe reazioni. - Farina? Che stai dicendo, Marianna?- Balbettò la mamma, poi si rivolse a papà: - QUELLA farina?- Mio padre estrasse numerose bustine bianche dalle tasche e disse: - In camera ne ho una borsa piena.- La mamma ebbe un tremito e prese il capo fra le mani. Non avevo mai visto mia madre così, quella volta la vidi imbruttire in un lampo. L’indignazione, la vergogna ed il disprezzo verso il marito avevano generato in lei un cocktail di stati d’animo troppo forti. - Tu non dirai niente, Elisa.- Disse papà con fare minaccioso – o ne subirai le conseguenze, amare conseguenze. - Cosa ne fai? La vendi? E’tutta per te? Spiegami!- Esclamò la mamma cercando di mantenere il controllo.  - Sono affari miei. Ti ho avvisato.- Uscì senza aggiungere altro. La mamma corse come un lampo in camera e cercò la borsa che aveva detto papà. Dopo circa un po’ di ricerca la trovò. Era stracolma di bustine bianche, tutte uguali, tutte piene di cocaina. La trovai con le mani tra le bustine, la borsa sul letto. Era immobile, come in trance. - Mamma?- Chiesi. Mi avvicinai cauta. - Prepara tutte le tue cose, Marianna.- Decise, con voce ferma. - Ma devo andare a scuola, sono già in ritardo.- Fa come ti dico, metti tutti i tuoi vestiti in una borsa e prendi Patrizio. Ce ne andiamo immediatamente.- Chiuse la borsa con violenza e la gettò in terra. Ubbidii, anche se riluttante. Fummo pronti in fretta, carichi di valige. La mamma prese anche quella con le bustine, dapprima senza capire perché. Per qualche giorno ci ospitò la nonna materna, cui mamma spiegò la situazione dal principio, lasciandola sconvolta. Poi la mamma prese la decisione migliore, dopo averci pensato a fondo. Telefonò alla polizia denunciando papà per la droga. Mio padre fu arrestato il giorno stesso. Venimmo a conoscenza che non si era limitato alla droga. Per ottenerla non gli erano bastati i risparmi della mamma: aveva rubato. Pensava gli bastasse rapinare una gioielleria.  Lo fece a mano armata. Ferì il proprietario, portandosi via un bottino di altissimo valore. Aveva venduto tutto il bottino per comprare la droga da alcuni spacciatori sudamericani con i quali aveva un grosso debito. Quei delinquenti gli stavano succhiando anche il sangue dalle vene. Si scoprì che aveva ceduto a loro l’automobile, la fede nuziale ed altri ricordi di famiglia. Ma più dipendeva dalla droga più gli spacciatori alzavano il prezzo. Come se non bastasse, erano anche giunti alle minacce.  Il debito nei loro confronti continuava a crescere e non sarebbe mai riuscito a saldarlo. Per questo decise di mettere in atto un colpo grosso. Ormai disperato e non avendo più soldi da rubare alla mamma e nulla più da vendere, decise di rapinare una banca, tutto solo. Il suo piano andò bene, o quasi. Gli uomini della sicurezza tentarono di fermarlo ma lui prese in ostaggio una donna, sotto la minaccia della pistola. Prese un auto gettando fuori il proprietario con violenza e salì a bordo assieme all’ostaggio. Iniziò una fuga a tutta velocità.  Le auto della polizia si avvicinavano sempre di più. Sentendosi quasi perso, con la borsa del bottino, saltò fuori dalla vettura che era finita  fuori strada contro un palo della luce. Alcuni poliziotti tentarono invano di inseguirlo ma riuscì a dileguarsi. Gli altri poliziotti, con orrore, scoprirono che la donna era morta. Gli spacciatori furono arrestati e, al processo, condannati a sette anni di reclusione, se ricordo bene.  Mio padre a venti. Sarebbe dovuto uscire tra dieci anni. Ma ora, grazie all’indulto, era già in libertà.  Ancora non riuscivo a crederci.  Io e la mamma eravamo in cucina, davanti ad un piatto di pastasciutta ormai freddo, ad ascoltare le altre notizie del TG delle 14.30.