Un giorno un asino e una tigre affamata si incontrarono su un grande fiume ghiacciato. L’asino comprese al primo sguardo le intenzioni della tigre: se lo sarebbe mangiato in un boccone. Quindi le parlò così: “Nobile tigre, vedo che sei affamata. Ma ti propongo un patto. Facciamo una gara: se tu arriverai prima di me dall’altra parte del fiume, potrai mangiarmi, altrimenti me ne potrò andare tranquillo”. La tigre accettò, sicura di potere vincere con facilità. E infatti così fu. Tutta soddisfatta la tigre disse: “Bene asinello, ho vinto la gara, e ora ti mangerò”. “Sai perché sono arrivato in ritardo? – le chiese l’asino – Perché mentre correvo, stavo anche scrivendo sul ghiaccio”. La tigre stupita guardò il ghiaccio alle loro spalle, e vide che in effetti era tutto ricoperto di graffi e colpi di zoccolo. E, visto che non sapeva scrivere, pensò che fossero lettere. Guardò l’asino in modo nuovo, conquistata dalla sua sapienza. L’asino non si accontentò di questo, emise un lungo raglio, e le spiegò che sapeva anche cantare. La stima della tigre per lui salì ancora di più: “Mio caro asino – gli disse – ero davvero una sciocca a volerti mangiare. Preferisco di gran lunga diventare tua amica. Vieni ad abitare con me nella mia tana: io godrò della tua sapienza, e tu della mia protezione”. L’asino accettò di buon grado e la seguì. Un giorno la tigre disse all’asino: “Devo andare a cacciare, e ti devo lasciare solo per un po’. Ma non ti preoccupare: se qualcuno viene a minacciarti, basterà che tu emetta il tuo canto, e io correrò a salvarti”. E detto questo si allontanò. L’asino cominciò a brucare l’erba davanti alla tana della tigre, e più il tempo passava più si sentiva felice per avere un’amica così premurosa. La sua contentezza era tale che non riuscì a trattenere un lungo raglio, che echeggiò per le valli. Appena lo sentì, la tigre si precipitò dall’amico: “Cosa succede? Chi ti sta facendo del male?”. L’asino, tutto confuso, si scusò con lei: “Perdonami, mia cara tigre. È stato solo un canto di felicità per l’amicizia che mi concedi”. La tigre sorrise, anche se era un po’ seccata. “Non fa niente, ma la prossima volta cerca di stare più attento. Ora però devo tornare a cacciare”. Rimasto solo, l’asino ricominciò a brucare. Ma la gentilezza e la nobiltà della tigre lo avevano davvero colpito. E non poté trattenersi dall’emettere un altro lungo raglio. La tigre, che era già arrivata molto lontano, si precipitò indietro a tutta velocità credendo di dovere salvare l’amico: “Chi ti infastidisce? Dimmelo e io lo punirò”. L’asino tutto imbarazzato dovette confessare un’altra volta che nessuno lo stava minacciando, e che quello era stato solo un grido di felicità. La tigre cominciava a innervosirsi e lo mise in guardia: “Amico mio, devi stare più attento, altrimenti si può creare qualche malinteso”. L’asino la scongiurò di perdonarlo e promise che non sarebbe più successo, e la tigre ritornò alla sua battuta di caccia. Poco dopo un altro lungo raglio echeggiò per le valli. Ma la tigre, che stava inseguendo una preda, pensò che si trattasse ancora una volta di un falso allarme. E fu davvero un peccato per lei, ma soprattutto per l’asino. Questi infatti era stato attaccato da un branco di lupi, e per quanto si sgolasse per richiamare la tigre, non ricevette nessun aiuto. E venne divorato dai lupi, tanto che di lui non restò alcuna traccia.